lunedì 21 maggio 2018

#cosestupidemanontroppo(dal web)

Ci bombardano da giorni. 

Le nozze di Harry e Meghan, il matrimonio reale tanto atteso, l'evento dell'anno. 

Il gossip di norma non lo seguo, ma in questo caso è stato veramente difficile dribblare l'attacco mediatico. Ogni canale tv ha trasmesso dirette, programmi mirati, interviste specifiche, comizi a tema.

Ne sono state dette tante, lui così, lei colà, è cambiato questo, cambierà quello...

Ma a chi interessa veramente che Harry e Meghan si siano sposati? Almeno avessero messo su una clausola agli invitati: 
No regali ma assegni a piovere 
a beneficio di tutte le associazioni umanitarie.

Ci avrebbero fatto un figurone, lui, il principe ribelle, e lei, l'ex attrice rivoluzionaria.

Sui social comunque hanno spopolato lo stesso. Ce ne sarebbe stato di materiale da far girare negli ultimi giorni, la barzelletta del governo italiano, la terribile tragedia dell'uomo che ieri ha lanciato dal cavalcavia la figlia per poi suicidarsi. Che tragedia, che tragedia!, quanto veleno sparso nel mondo, quanto dolore, quanta sofferenza sepolta tra le mura di una casa qualsiasi. 

Forse, sì, un velo di silenzioso raccoglimento è l'unico atto di dignitoso amore che si può poggiare con delicatezza su una simile e amara notizia.

Così, la favola di Harry e Meghan, rimane il perno frivolo intorno a cui sorridere, allo stesso modo delle foto virali che hanno fatto il giro dei vari feisbuc e uozzapp. 

Secondo te, che cosa ha detto Harry a Meghan in questa foto?, mi ha uozzappato la mia amica A.


Ecchenesoooo, sei bellissima, preparati che sarà lunga... 

No, no, ha insistito A., Mica era il matrimonio tuo...



 Ed ho riso, giuro che ho riso. Perché a cosa serve il gossip se non a sorridere dell'abisso che esiste tra il mondo e la vita  ed un  matrimonio reale?

Giust'appunto rimanendo fedeli, votando e votandosi alla vita ed al mondo reali, che non potranno mai competere con un  reale matrimonio in quanto  sono la vera ed unica Ricchezza a cui Tutti possiamo attingere, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà.

 Chissà cosa ha veramente detto Harry a Meghan, in quella foto. Magari, soltanto: Mi hanno preso le scarpe del numero sbagliato, un male...



mercoledì 16 maggio 2018

Elisabetta racconta come è iniziato il "nostro" progetto

Ne ho già parlato nel primissimo post del blog, ma la mia amica Elisabetta Brustio del blog Elisabetta Grafica, che tanti di voi già conoscono e apprezzano, ha voluto proprio oggi farmi dono di un pensiero veramente speciale.

Eli ha raccontato come e da dove è nata la scintilla per la creazione della testata di questo blog.

Se volete scoprirne di più e siete curiosi di sbirciare tra le altre testate che per "Dadirri" erano state da Elisabetta create, allora fate un salto da lei

Chissà che anche voi un giorno non vi ritroviate tra le mani un premio da sfruttare Creattivamente.

Grazie Elisabetta, di cuore, sempre.


lunedì 14 maggio 2018

E dopo la festa... rimane sempre l'Africa

Ve la devo raccontare tutta.

Ieri, dopo la poesia, dopo i piatti, dopo il pisolino, dopo dopo, insomma, quando stavamo io e lui, lo Gnomo, detto anche Lollo, si è venuto ad appollaiare su una sedia in cucina, vicino a me.

- Mamma, ti è piaciuta la poesia?

- Certo, amore. E' bellissima, la più bella poesia che mi abbiano mai recitato...

- Ah, bene... E sei fiera di me?

- Certo, tanto fiera... Sempre, lo sono...

- Ok... Allora possiamo andare in Africa?

- ... ?

- Ci possiamo andare, mamma?

- In che senso, Amore. Perché vuoi andare in Africa?

- Sì, in Africa, senza papà e senza mia sorella, solo io e te, per stare in pace...

- mmmmhh... ma chi ti ha parlato dell'Africa? La maestra? Vi ha raccontato dei bambini che la scuola ha adottato?

- No, no, io voglio andare in Africa, solo con te...

Perplessa. Ma poi, si sa, ai bambini e ai vecchi tocca dare ragione, se non altro per tentare di capire.

- Ok, Gnomo, andiamo in Africa... A fare?

- Bè, arriviamo, ci prendiamo un gelato nel deserto e poi andiamo al mare, solo io e te però...

- Ma se vai nel deserto, non puoi andare al mare. Forse hai sentito me e papà parlare di Sharm el Sheikh?

- Nooo-oo, io voglio andare in Africa, io e te, finalmente in pace...

- Ok, ok, non ti spazientire... Facciamo così, prendiamo l'aereo e andiamo in Africa...

- Eh, si... - testuali parole - che in tutta la mia vita io non ho mai volato... 

- ... poi ci affittiamo una capanna, conosciamo tanti animali nuovi e proviamo a rintracciare i coccodrilli e gli ippopotami che a te piacciono tanto, con la speranza che i coccodrilli non ci mangino...

- Macché, la casa dobbiamo prendere, che è più comoda. Senti mamma, ti spiego io. In Africa ci prendiamo una casa nel deserto, dove vendono i gelati e poi andiamo al mare. E per non farci mangiare dai coccodrilli portiamo la crema, hai capito?

- ...

- Accetti, mamma?

- ... E va bene, accetto, Lollo.

- Meno male... - Sospira. - Avevo paura che in Africa volevi andarci da sola. Meno male che ti sei convinta!

E finalmente ho ricordato, di quando qualche tempo fa, in preda ad un raptus di isterismo da casa distrutta e sommersa di giochi, l'avevo detto:

Se non fate i bravi, se non rimettete tutto a posto, ve lo dico, me ne vado... Me ne vado, eh, tutta sola, soletta! In... in... in... in Africa, me ne vado! Ecco, proprio in Africa, in mezzo al deserto a starmene un pò in pace.


*Meriterò ancora il premio che Sinforosa mi ha voluto donare per la festa della mamma? 

Io comunque in Africa prima o poi ci vado, di certo non da sola; bensì a scoprire un mondo nuovo con il mio piccolo grande uomo che da sola non mi lascerebbe mai.

domenica 13 maggio 2018

Grazie anche quando mi dici di no

Lo Gnomo è tornato dall'asilo con la sua poesia per la mamma.


Oggi l'ho piazzato su una sedia, come ai miei tempi, e me la son fatta recitare. 

Si è inceppato in un paio di passaggi, ma la parte finale, quella del grazie anche quando mi dici di no, mi serve per crescere questo lo so, se la ricordava a meraviglia.

Toccherebbe approfittarne, ho pensato. Che su questi No educativi, per altro, se ne fa un gran parlare. E quanta confusione, quanti complessi, quanto parapiglia pratico ed emozionale. 

Chissà perché quando a fare la madre era mia madre, tutto mi sembrava più semplice. Questo NOn si fa, quello sì, altrimenti giù di ciabatta a tradimento.

Ma E' un mondo difficile e vita intensa, felicita' a momenti e futuro incerto, lo canta persino Manu Chao.

Intanto, per oggi e per tutti i giorni, 

W LE MAMME!



giovedì 10 maggio 2018

unfilmpercaso#1


L'ex ragazza di Geova



La verità è che ho deciso di guardare La Ragazza del Mondo spinta da un unico  elemento. 


Lui, il protagonista, tale Libero,
ovvero

Michele Riondino

 Michele Riondino, classe 1979, pugliese di nascita. Conosciutissimo, o meglio, conosciuto dalla sottoscritta, per aver prestato le fattezze al Giovane Montalbano nell'omonima serie tv andata in onda sulla Rai nel non lontanissimo 2012.
Michele Riondino
 A me Riondino ha sempre fatto sangue, come il vino buono d'annata. Vuoi  perché mi ha finalmente regalato un Montalbano che se la tirava meno rispetto a quello zingarettiano, vuoi per quella sua faccia da bravo ragazzo che tuttavia pare dirti, Vieni, vieni, vieni che ti faccio vedere come so fare il duro.
Io sono andata, sia mai che mi si rimproveri di non aver colto un invito, e mi sono spulciata e goduta un po' di pellicole dove lui ha lavorato.


E vale, Michele vale, sempre in bilico tra una serie di personaggi buoni e maledetti ma che lui interpreta divinamente.

L'unico neo di Riondino?

Michele Riondino e la fidanzata Eva Nestori
La fidanzata. Certa Eva Nestori, make up artist della celebrities, che tradotto senza il popò dell'enghlish language  significa semplicemente che fa la truccatrice.
Dai, Michele, ha il pelo rosa, su!, e quell'espressione da coniglietta smarrita. 

Tu sei più tipo da... riccia, mora, magari tua coetanea, che possa vantare le tue stesse origini sudiste, e, perché no, che possieda velleità scrittoriali.  

Ehm... peccato io sia già ammogliata e con prole.

Ma veniamo al film. Con un'importante premessa:

Non ho mai nutrito alcun pregiudizio nei confronti di nessuna religione, mi reputo oltremodo tollerante, persino desiderosa di comprendere il punto di vista altrui, a meno che non si faccia riferimento ad estremismi, sette o religiosi di qualsiasi credo  che tentano di imporre ad ogni costo la loro religiosità.


Sara Serraiocco
La storia è quella di Giulia, interpretata da Sara Serraiocco, classe 1990, così talentuosa da essere già implicata in cose interessanti come Non è un paese per giovani, di Giovanni Veronesi, o L'accabadora, riadattamento cinematografico di un romanzo della Murgia che ho veramente amato.
Dal film La ragazza del mondo
Giulia ha diciotto anni, è figlia di testimoni di Geova ed è una ragazza mite, garbata, studiosa e dedita sopratutto alla congregazione da cui proviene.
Il film non è documentaristico, ma, prima di vederlo, sui testimoni di Geova ne sapevo ancora meno. Per me i testimoni sono sempre stati quelli che ti citofonano ad orari improbabili per proporti la salvezza dell'anima; oppure i tizi vestiti come per andare ad un lutto e appostati vicino alla fermata del treno, che mentre tu corri e cerchi di superare il record dei cento metri per riuscire a prendere il regionale delle otto e trenta, loro provano ad accalappiarti per offrirti un opuscolo con arcobaleni e soli brillanti i cui argomenti spaziano dall'ecologia, ai danni del fumo sul corpo e sullo spirito, ai tunnel delle dipendenze moderne che ti condurranno lontano anni luce dalla divina provvidenza.

Una sorta di incrocio tra l'azione cattolica e greenpeace, insomma.

Invece, no.

I testimoni di Geova sono molto di più, lo si capisce dalle prime battute del film.
Il sipario de La ragazza del mondo si apre su Giulia e la madre che stanno avendo un dialogo. La figlia chiede di poter andare ad una festa a casa di un'amica. "Ci andranno tutti" dice "sono sempre io quella strana, emarginata". La madre le rammenta che non è mai raccomandabile frequentare le persone del mondo. " E perché?", incalza la donna.
"Perché le persone del mondo non credono nel vero Dio", conclude la ragazza.

Esplode un applauso, l'obiettivo si allarga e si scopre che Giulia e la Mamma stavano simulando una discussione sulla corretta modalità educativa durante un'adunanza della loro congregazione.

Pelle d'oca.

Parte così una carrellata esplicativa di quello che è il fulcro di chi nella vita ha come principale scopo la conversione del prossimo ad un credo.

E' Giulia a dominare la scena, che insieme ad un'amica gira per i quartieri della città, bussa alle porte, ferma la gente per strada, mentre la voce del responsabile di zona parla in sottofondo dell' attività di conversione dei testimoni di Geova, adducendo a rapporti di servizio, incremento e decremento della  risposta e dichiarando che loro non predicano per sentirsi più bravi.
"Questa non è una gara" si fomenta "questa è una guerra, una guerra col mondo. Noi siamo soldati".

(MECOJONI. E vi chiedo per questa volta di passarmela.)*

Tra una conversione e l'altra, è possibile apprendere un paio di altre perle. Il fatto che la famiglia venga considerata come un'organizzazione, ad esempio, e che per funzionare bene abbia bisogno di un capo.

"Persino Gesù ha un capo. Lei sa chi è il capo di Gesù?", domandano le due giovani predicatrici ad una signora fermata per strada.

"Sì, certo. E' Dio"

"Ecco, il capo della donna è l'uomo".

(---)

Oppure, l'impossibilità per gli appartenenti alla comunità di poter proseguire gli studi, di andare all'università.

"Non ti rimarrebbe tempo per predicare", si lamenta la madre di Giulia questa volta in un dialogo autentico che si svolge a tavola con tutta la famiglia.

"Ma potrei essere utile alla la comunità", insiste la giovane che sa di possedere un raro talento per la matematica.

  Il padre la zittisce senza mezzi termini. "Sei sicura di volerlo fare per la comunità? O vuoi studiare solo per il tuo ego, per te stessa, per la tua vanità?"

(MASTAIIIISCHERZANDO? CHE VI IMPIANTANO NEL CERVELLO A VOI PADRI DELLE SETT...EHM...DELLE COMUNITà RELIGIOSE)

La buona notizia è che, sempre tra una conversione e l'altra, Giulia conosce Libero. 

Libero è un ragazzo appena venuto fuori dalla galera. "Me so fatto un anno e due mesi per spaccio", dichiara alla ragazza un pò intimidito. 

E' carico di pregiudizi, Libero, e crede che i testimoni di Geova vadano di casa in casa ad elemosinare soldi.

SEE, MAGARI, mi verrebbe da dirgli, PEGGIO, MOLTO PEGGIO.

Però tra i due scocca la scintilla. E l'attrazione si fa imperante quando Giulia convince il padre ad aiutare Libero trovandogli un'occupazione nel mobilificio dove lei stessa, al di fuori degli orari scolastici, è stagista in amministrazione. 

Libero e Giulia incominciano a vedersi di nascosto, la ragazza si lascia andare al trasporto fisico e a quello emotivo, seguendo i sogni e gli impulsi di una normale diciottenne e lottando contro le reticenze insite nella sua coscienza che non le permettono di godersi appieno un semplice bacio o un abbraccio dell' amato.


Una sera, mentre Giulia ha già deciso che quella storia non può collimare con i suoi impegni religiosi, qualcuno la scorge porgere un ultimo e casto bacio sulle labbra dell'esterrefatto Libero.

E a questo punto, piombiamo nel medioevo.

Giulia viene condotta davanti ad una commissione composta dai tre capi della congregazione che la sottopongono ad un incalzante interrogatorio.

"Da quanto tempo vedi questo ragazzo del mondo?"

"Vi siete baciati? Con la lingua?"

"Avete avuto un rapporto sessuale?"

"Avete avuto un rapporto orale?"

"Lui ti ha toccato?"

"Ti ha toccato il seno?"

"Ti ha toccato le parti intime?"

"Ti ha masturbato?"

Giulia è costernata. Prova a sfuggire. "Basta" sussurra. "Basta, per favore...". Ma i tre proseguono con le loro attività di indagine esponendo l'importanza per loro e per la comunità tutta di conoscere la scabrosa vicenda che la riguarda fin nel più piccolo dettaglio, in modo da poterla meglio aiutare a rinsavire per non essere costretti a - ATTENZIONE AL TERMINE - Disassociarla. Proprio così: DI-SA-SSO-CIAR-LA, una parola che solo a pronunciarla sa di velenoso, di lapidario e che nel gergo dei testimoni di Geova vorrebbe dire scacciare via un ex membro e fare finta che non esista, neppure se lo incroci per strada ed è in punto di morte perché finito sotto una macchina, tanto per farvi intendere.

Lo so, lo so, non rimane che fare il tifo per Giulia e Libero e per il loro sacrosanto diritto di amarsi. Sono esplosa anche io in slogan e cori da stadio a favore della loro unione.  

Specie quando Giulia trova il coraggio di ribellarsi.

Ma cosa la attende? Com'è veramente il mondo al di là della barricata? Che tinte può assumere il suo amore per Libero in una società che sguazza nel marciume e dove non esistono regole?

Il regista sposta con maestria il punto di vista dall'altra parte delle rete, tanto che qualche domanda siamo costretti a porcela. 

Cosa rimane del film?

Forse, mano a mano che i ciak si avviano agli sgoccioli, torna a galla un insegnamento del padre di Giulia che all'inizio un tantino in puzza ci aveva mandato:


Le regole sono come le sbarre di una gabbia per un sommozzatore che si immerge in un mare pieno di squali.


Sarà mica vero? Bè, intanto se vi capita guardatevi il film.

Sarà stato un film per caso, ma La ragazza del mondo è un film dalle svariate sfumature, un lavoro diretto con maestria che mostra ma con uno sguardo leggero, quasi con disincanto. Per consentire a chi vede di tirare le somme, di bilanciare i giudizi e di provare a puntare ancora sul bene, una volta riconosciuto quale il bene sia. Come nella vita, d'altronde.



*(I miei personalissimi commenti in corso di visione. Avrà anche i suoi lati positivi guardare un film spaparanzata sul divano di casa...)


venerdì 4 maggio 2018

Piove (ai giorni nostri)

Taci. Che già piove

ed è pure venerdì,

vediamo di non aggiungerci

anche i tuoi brontolii.

Ascolta. Piove

dalle nuvole compatte.

Piove sul bucato steso

che non ho fatto in tempo a ritirare,

piove sul parcheggio sotto casa

che no, non è coperto,

piove su la tangenziale

intasata,

su le macchine in doppia fila

davanti la scuola,

su gli ausiliari del traffico

che stanno come falchi a spiare


dove parcheggerò.

Piove su i nostri volti,

perché come tieni l’ombrello tu

non lo tiene nessuno,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

perché sì, ebbene sì,

ignara, il cambio stagione

lo avevo fatto,

piove su i freschi pensieri

che sempre il tuo

rapporto pessimo con l’ombrello

schiude,

su la favola bella

che ieri t’illuse, che oggi m’illude,

che non avrebbe piovuto.

E noi saremmo partiti.

                                            (Irene.Z.)

 Un mio vecchio giocoso tributo a La pioggia nel Pineto di D'Annunzio.

 Sarò malata di appartenenza alle parole, ma, ad ogni accenno di pioggia, io prendo a recitare tra le labbra i versi conosciutissimi di Gabriele che mi fanno vibrare, mi deliziano e mi incantano come la prima volta in cui la maestra Giuditta, spalle alla lavagna, li proclamò con fervore davanti all'intera classe mia di quarta elementare.

Era forse primavera. Un giorno di piovosa primavera come questo.

Era gagliarda, la maestra Giuditta, sorda ma gagliarda.

Non sorda, sorda, nel senso che non sentiva nulla. Sorda probabilmente da tappo forte di cerume, o magari faceva solo finta di non sentire, per non ascoltare le inutili facezie della gente. 

Così diceva lei, Non ascoltate le inutili facezie della gente, non ascoltate, leggete le poesie, recitate i poeti a voce alta quando vi tediano con inutili pettegolezzi.

E giù di braccio che fendeva l'aria, le scuoteva spalle e vestito e dirigeva la mano che come un'energica ed appassionata direttrice di orchestra accompagnava la voce squillante:


...piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.


Da Internet 








lunedì 30 aprile 2018

Le Lettere della Domenica


Ieri si commentava un poetico e sublime post di Vincenzo Iacoponi, e, commentando commentando, il discorso è andato a parare sulle Lettere. 
Dicevo a Vincenzo che un tempo scrivevo Lettere, tantissime Lettere, quasi sempre di Domenica, perché la Domenica è un tempo quieto che consente di pensare e di scrivere intimamente, così come intimo è il canto delle Lettere che tutti nella vita avremo indirizzato agli affetti che ci circondano.
Detto fatto, ho pensato di inaugurare un filone. Questo filone, Le Lettere della Domenica. Per riprendere un po' l'abitudine, perché scrivere Lettere mi ha sempre emozionato, perché le migliori Lettere le ho sempre scritte per l'appunto di Domenica.
E vorrete perdonarmi se, con questa Lettera, inizio di Lunedì e se di vera e propria Lettera non si tratta. 
Mi spiego, la Lettera che segue è tratta da una delle mie tante novelle imbastite per gioco, ed, esattamente come la leggete, ha partecipato all'edizione 2008 del concorso "Lettera D'Amore" che ogni anno viene organizzato a Torrevecchia Teatina, ottenendo il premio speciale segnalazione. In verità, il premio non sono mai andata a ritirarlo, ma la Lettera l'ho sempre conservata.   


Amore, Amore mio...


SETTEMBRE, -- -- ----


  Mio Caro,

  domenica grigia e uggiosa, triste. Cosa farai tu in questo preciso istante? A cosa starai pensando? Dove si poggeranno le tue mani? Vorrei averle sempre con me le tue mani, come una reliquia da portare in borsa, come un corpo a sé dotato di propria essenza.

  Ti scrivo da questa mattina. Così, senza un motivo ben preciso. Ti ho rivissuto in ogni parola, in ogni lettera digitale che Word mi contrassegna come Abadi Mt Condensed. Ti sto scrivendo in Abadi Mt Condesed, non è buffo? Tutta questa tecnologia che invade le nostre esistenze è buffa. Abbiamo i telefoni cellulari, i novecentonovantanove canali da guardare alla tv, i palmari da portare in tasca, i navigatori satellitari, le e-mail, le connessioni ultraveloci, siamo raggiungibili ovunque e ovunque arriviamo in un millesimo di secondo, eppure non siamo capaci di perderci. L'essenziale rimane per noi, società odierna, invisibile agli occhi.

  È stato ieri, proprio ieri. E non la prima volta che sono venuta da te. E neppure il giorno dopo ancora. E neanche quando abbiamo fatto per la prima volta l’amore. È stato ieri pomeriggio che mi sono accorta di doverti necessariamente scrivere. È stato quando io ero già nel tuo letto, col tuo pigiama addosso e non avevo occhi che per te. È stato quando ti sei levato la maglietta ed io sono stata assalita dalla voglia imperante di correre tra le tue braccia. È stato quando mi hai sollevato da terra e mi hai portato in cucina. 

  «L’acqua per il tè bolle» hai detto tenendomi sempre stretta. Il mio viso sprofondato nel tuo collo, a respirarti. «Prepariamo le tazze» hai continuato afferrando le bustine dal tavolo, senza mettermi giù, senza posarmi un istante, «e prima di tornare a prenderle, ti riporto a letto». 

  Riecco il tuo letto, morbido e profumato di te mentre mi posavi piano nuovamente tra le tue lenzuola. Ti ho stretto ancora di più. Le gambe avvinghiate al tuo busto. I baci che incominciavano a piovere. I tuoi baci, rigogliosi della voglia di me, brucianti di desiderio. 

  Baciami, il tè può aspettare. Baciami ancora. E ancora, ancora, ancora, ancora. Baciami per sempre e non lasciarmi andare, fai che questo istante non finisca, che duri così immutato fino alla fine del tempo. 

  Mi sono persa da questa mattina nel ricordo di Noi. Frammenti come quello che ti ho riportato. Vedi, per usare il linguaggio del resto del mondo potrei dirti che Ti amo, sì Ti amo, o potrei anche affermare di Volerti, o ancora di Sentirti. Cosa cambierebbe? È tutto molto più semplice, tutto più lineare, immobile come un quadro che ti lascia senza fiato, come quando stiamo insieme e tutto sembra al giusto posto. Le nostre mani intrecciate, le tue braccia che mi circondano alla perfezione, il momento esatto in cui mi guardi, lo scambio di emozioni dentro o fuori la nostra intimità.

  Di te mi piace il modo contorto di gustare la vita. Non è proprio la modalità sana che tutti si figurano e rincorrono senza tregua, ma io in te mi rivedo e mi cullo, quasi che tu fossi la mia musica. 

  Tu detesti le macchine, l’informatica in genere. La società è una terrificante macchina annientatrice di anime e di personalità. Io ho paura della società e cerco disperatamente di difendermi da essa. Ci provo con tutte le mie forze ed ogni giorno che passa mi scopro sempre meno idonea. Ho tentato di spiegare questo concetto delineandolo in maniera semplice e senza troppe marcature. I dottori mi hanno ascoltato fissandomi in maniera perplessa e con competente e pomposa professionalità hanno concluso per etichettarmi come “un soggetto instabile ed ereditariamente contorto”. Che c’è di ereditariamente contorto in me?

  «Ha paura della morte?»

  «No, per nulla. Penso solo che morire in questo istante significherebbe l’inutilità della mia esistenza. A meno che, lei dottore, non scopra tutti i miei scritti e non riesca a pubblicarli. Allora cambierebbe tanto. In questo tempo piatto, di storia ferma e di involuzione umana, lei farebbe in modo che il mio essere stata diventi una traccia». Ho risposto proprio così. Lo psichiatra si è rigirato la penna tra le mani ed ha sospirato. Nessuno mai aveva sospirato così profondamente ad una mia affermazione.

  «Ascolti signorina, lei ha bisogno di un po’ d’aiuto. Mi prenda queste compresse tutte le mattine dopo colazione e delle gocce solo in caso di bisogno. Tra una ventina di giorni ci rivediamo e facciamo il punto della situazione».

  Beata scienza.

  Mi sono alzata, ho stretto la prescrizione tra le mani ed ho immaginato te sorridermi e strappare quel pezzo di carta senza senso. Quanto inchiostro sprecato nel mondo.

  Ho sentito dire che la follia si insinua nella mente e nell’animo umano a piccole dosi. Come un verme in una mela o come un veleno assunto per un lungo periodo ed in grado di farti marcire lentamente. Io non sono folle. Non credo di esserlo. Di marcio noto solo quel che mi circonda. Il sistema, il pensare comune, il falso benessere, il lusso ostentato, l’integrazione a tutti i costi, le etichette delle classi. Stiamo tornando indietro. Torniamo rovinosamente alla mentalità delle caste, alla realtà asfittica dei luoghi di provenienza. Non c’è ricambio generazionale, si prosegue con la volontà ineluttabile della vita per conoscenza e per inerzia. E quel che risulta peggio è il processo silente di questa regressione che non porterà questa volta a nessuna rivoluzione ma semplicemente all’annientamento dell’individuo. Anomia sociale: sui cavalli della giostra c’è già chi si sollazza girando a vuoto, il resto è emarginazione, il resto è il nulla mentale della massa che si perde nei ghirigori sontuosi dei vari colossalmercati, dove le domeniche si restringono, gli impulsi sessuali diminuiscono ed i figli imparano a mangiare al mac e a desiderare il cellulare come base di partenza per la loro crescita.

  La nostra alchimia è un sentimento strano che non so comprendere o tanto meno spiegare. È il richiamo della tua essenza che si fa concreta solo nell’attimo esatto in cui ci rivediamo e tutto tace, nello stesso silenzio in cui mi hai chiesto se sei bello, se ti trovo bello. Mi è venuto da ridere. Forse te ne sei accorto. Ridevo perché per me sei sublime. Sei l’armoniosità fisicomentale per eccellenza. Potrei enumerarti la miriade di perfette incastonature che esistono tra il tuo corpo e la tua mente, ma è un concetto troppo difficile da espletare perché forse troppo soggettivo e riguardante me.

  Il bello è nella tua espressione intelligente e canzonatoria, mutabile al mutare degli argomenti. Il bello è nella linea volitiva delle tue braccia che perfettamente si intona alle tue spalle forti, espressione delle tue certezze. Il bello è nel tuo bacino maschio che spinge virilmente l’uomo che sei e che sai di essere. Un uomo dolce e sensuale, forte e contorto, pretenzioso e menefreghista con cognizione di causa e con le dovute debolezze da cui difendersi.

  Questo sei per me: un microcosmo di emozioni inscindibili e provocatorie. E non so se qualcun altro ti veda o meno così, in realtà non me ne frega niente. Ciò di cui vado fiera sono la rilassatezza dei tratti quando mi hai tra le braccia, quelle minuscole fossette ai lati del viso che fioriscono solo dopo avermi avuto, mentre il volto, il tuo volto, si distende fino a sembrare più grande, fino a farmi credere che sei cresciuto in quel frangente di corpi aggrovigliati, in quell’istante di discorsi inesistenti e vaghi, in quella completezza di desiderio infinito e appagato e di infiniti desideri ancora tali.

  Questo sei per me. E molto molto di più.
  Non permettermi di perderti. Qualsiasi cosa accada, non permetterlo.

  Tua per sempre,

  N.

Immagine da Internet