giovedì 13 febbraio 2020

Come mare d'inverno


Il mare d’inverno è una distesa grigia che rispecchia il cielo increspato di sogni. E’ uno stato d’animo. Un desiderio. Eppure, ci andrei. A guardare il mare d’inverno. Che poi l’inverno manco ci sta. S’è impazzito pure lui. O ci flagella o sparisce. 

Il mare d’inverno, però, si riconosce anche se, poniamo, a febbraio c’è il sole. E’ come una donna nuda, spazzata dalla frescura del periodo, con le onde come scapole sporgenti e lembi di sabbia umida che la avvolgono. 

Mi piace il mare d’inverno, quando ce l’avevo vicino sarei rimasta ad osservarlo per ore, per giorni interi. Ci apparteniamo. Abbiamo la stessa natura inquieta, lo stesso modo di accompagnarci al vento. 

Ci pensavo l’altra mattina, al mare d’inverno. Preparavo i bambini per la scuola e ci pensavo. E’ un pensiero che mi calma, che mi fa bene. Poi, mia figlia ha incominciato a cantare insieme alla sigla di un cartone che stavano trasmettendo su Italia 1. Cantava Pollyanna: proprio quella degli anni ’80, quella che probabilmente conosce tutta la mia generazione. 

Pollyanna che sa che in ogni viso 
nascosto c'è un sorriso 
e lo conquisterà. 
Pollyanna che con la sua dolcezza 
regala tenerezza 
e il cuore ti aprirà… 

Ecco da dove è partito lo sfacelo, mi sono detta, la rovina di tutte noi povere bambine dell’epoca. Per chi non lo sapesse, Pollyanna era orfana, aveva perso - ta-ta - madre e padre in pochi anni ed era stata spedita a vivere con la zia zitellona acida. Però, Pollyanna faceva il gioco della felicità: si costringeva a vedere in ogni situazione, anche la più drammatica e critica, il lato positivo. Quello che oggi al colloquio con lo psicologo sarebbe l’istigarti a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Che, per carità, è una roba ottima da insegnare ai bambini, ma fino a un certo punto. 

Lascia stare a mamma, ho detto a mia figlia, non te lo guardare Pollyanna. 

Lei ha sgranato gli occhi. Peeerché? 

E Perché? Perché almeno non cresci con convinzioni sbagliate, avrei voluto spiegarle. Che al mondo tante cose non sono giuste, e hai voglia a cercare il lato buono se il buono non esiste. Non sono giuste le guerre che distruggono i popoli, non sono giuste le epidemie che dal nulla mietono vittime, non sono giuste le malattie che uccidono come spietati killer, non è giusta la cattiveria gratuita delle persone, non è giusta la fiducia mal riposta… E bada bene, bambina mia, sarà pure vero che in ogni viso nascosto c’è un sorriso ma non provare mai a conquistarlo a tutti i costi: che dietro ad ogni maschera non sai mai chi si nasconde. E la dolcezza, la tenerezza, centellinale, fanne dono prezioso da non elargire a chiunque. Non fidarti mai di chi pretende di sapere come sei o come dovresti essere: sii sempre te stessa, piuttosto; rimani fedele al tuo intuito, senza timore, senza dover necessariamente cercare il buono lì dove il buono non esiste. 

Questo avrei voluto dire. Ma non l’ho detto. Che per spiegare a una bambina di 4 anni certe cose ci vuole tempo. 

Invece, ho ripensato al mare. Al mare d’inverno. Con la sua forza, la rabbia, la capacità di gestire le correnti. Con la sua calma, il vetro nitido dei suoi mattini, le impronte sulla sabbia umida. 

Un giorno ti porterò al mare, ho detto alla piccola, in inverno, quando tutti sono a scuola, per farti vedere da vicino quanto è bella ed emozionante la vita. Quel giorno sarai molto felice. 

Dadirri




mercoledì 29 gennaio 2020

Il primo bacio sulla luna

C’era una canzone. La cantava Cesare. Non so perché mi è tornata in mente. Ad ogni modo, mi piaceva. Il primo. Il primo bacio. Sulla luna. Un esperimento. Un titolo ovattato di sogno per cantare di uomini che prima di partire anziché lacrime versano denaro per comprarsi souvenir. E poi, di quegli altri, quelli che fanno milioni di chilometri e si sentono un po’ così, perché la terra dalla luna è così bella da sembrare un souvenir. 

Ma poi, la nostalgia cos'è? 

Ci sono istanti in cui tutto tace. Tace il cuore, la testa, la folla intorno. Tacciono le strade, lo sferragliare del treno, il deserto dei campi. Tacciono le intenzioni. No, quelle no. Le intenzioni stanno in agguato. Scovano canzoni e nostalgie. Si acquattano in quel centimetro di pelle tra l’orecchio e l’attaccatura dei capelli, dove il respiro di chi ci cammina accanto arriva prima. 

Stasera ho nostalgia di Te

Di Te, che mi portavi per mano lunghi i viali alberati della mia infanzia, la mano nella tua mano di cartapesta accartocciata dagli anni e una certezza vana che ci saresti stato. 

Di Te, che provavi ad insegnarmi a lavorare ai ferri ma poi te ne fregavi e preferivi andassimo a caccia di lumache a ridere beate dietro le bave mentre adesso un filo di bava a picco sul tuo viso spento è quello che rimane. 

Di Te, che mi scarrozzavi in macchina con i Righeira a palla e l’amore per la tua fidanzata diventava la missione di una vita fino alla fidanzata successiva. 

Di Te, che mi aspettavi in bici sotto casa e sfidavamo la tua asma e i bulli d’epoca perché solo tu possedevi i walkie talkie ed eravamo fighi. 

Di Te, che volevi un gatto a tutti costi ma avevi paura e alla fine il gatto te l’ho tenuto io ed anche tutte le risate che non abbiamo fatto in tempo a consumare - sceme. 

Di Te, che mi dicevi vai, vai, insegui il sogno, non buttare via la penna, tieni stretto tutto ciò che ti ho insegnato, usa il talento, anche per quello ci vuole sacrificio. 

Di Te, che mi hai amata in un deserto, sabbia in bocca e infinito tra i capelli ma di infinito è rimasto solo quello. 

Di Te, che mi hai regalato il mare, e c’era il vento, l’alba e il freddo autunnali, e noi che lasciavamo tracce sulla sabbia molle, come promesse sulla pelle dell’eternità. 

Nel cuore mio c'è l'anima, intorno a me che cosa c'è? 

Chiudi gli occhi e baciami, baciami 

baciami, baciami 

Baciami così...

Stasera ho nostalgia di nostalgie. Ho nostalgia di Te.

domenica 26 gennaio 2020

La Lavatrice

Le Lettere della Domenica#6



Chi mi ha seguito negli ultimi 3 post è a conoscenza delle mie ultime vicissitudini con la lavatrice  che, ad oggi, 26 gennaio 2020, è ancora deceduta così come l'ho lasciata esattamente un mese fa.
Sono, tuttavia, felice di comunicare che, dopo una serie infinita di malediz telefonate, email, live chat e contatti sui social all'assistenza, la Whirlpool si è finalmente degnata di farmi sapere che il pezzo di ricambio per il mio elettrodomestico ancora in garanzia è stato reperito e che il prossimo mercoledì provvederanno a rendermi nuovamente una massaia agibile. Si spera. 

Voi, intanto, ricordate sempre di non comprare per nessuna ragione al mondo una lavatrice Whirlpool.

E mentre attendo con trepidazione il tecnico, condivido qui una lettera che ho scritto un paio d'anni fa in occasione di uno degli appuntamenti di Insieme Raccontiamo di Patricia Moll. Il tema quella volta verteva su una lettera d'invenzione, ed io, ispirandomi ad alcune leggende che giravano a casa mia, ne avevo scritta una decisamente particolare. Ricordandomene ho sorriso. Però, giuro, che di elettrodomestici non scriverò mai più. 

La Lavatrice

Tripi, 
Domenica 22 Gennaio 1961

Carissimo Santino,

Ti scrivo per dirti che stiamo in salute, io, i figli, la Madre, il Padre, i fratelli e le sorelle tutte.

Di te spero che alla fabbrica non vi facciano lavorare tanto e che a Torino il freddo non sia arrivato preciso preciso come l'anno passato.

Santino caro, qui succede un fatto atroce che assai mi sta consumando. Settimane addietro, tornò dalle Americhe il marito di mia sorella Rosa che, per ripagarci di tutto il bene in sua assenza, decise di farci un regalo. 
Santino, come dirtelo, tuo cognato si portò appresso una lavatrice. Una lavatrice vera, di quelle che mostrarono alla televisione di Torino quando venni a trovarti. Questa lavatrice funziona con la corrente, ma, come fu o come non fu, il malocchio ci fecero dal momento in cui è comparsa in casa nostra. 

Da quando abbiamo la lavatrice, Santino mio, è un parapiglia di disgrazie. I mutandoni di lana si sono fatti una porcheria e non ci abbiamo più mutande da mettere, le lampadine si sono fulminate e non si capisce se per una maligneria nominata cortocircuito, la gatta è morta che, mischina, l'abbiamo lavata per sbaglio in mezzo alle lenzuola. Ma la cosa pìggiore, Santino, è che il fidanzamento di tua figlia Ninetta è stato sciolto. I genitori di Francuzzo si sono indispettiti e vanno dicendo che, tu, affari loschi compi nel continente per passarci tutte queste modernerie.

Santino, se, in virtù di capofamiglia, volessi scrivere due righe al cognato Pietro e chiedergli di venirsi a ripigliare l' aggeggio del diavolo, la tua sposa fedele, che qui ti aspetta sempre e sempre ti pensa, te ne sarìa immensamente grata.

Ti giungano i saluti della famiglia, degli amici e del compare Eustachio che questa lettera scrisse per conto mio come tutte le domeniche. 

Con devozione e affetto,

Tua moglie Caterina 












venerdì 17 gennaio 2020

Momenti Imperfetti

Ci sono dei momenti di un’imperfezione assoluta. Momenti che te li prendi tra le dita e pensi: anvedi, un momento così manco a pagarlo. Ve la ricordate la mia lista propositiva e positiva di inizio anno in cui depennavo delle catastrofi imminenti? No, certo, neppure io me la ricordo quasi più. Però un paio di punti li posso riportare: 

- l’ influenza col vomito mi perseguita;
- la lavatrice continua a fare rumori strani, si romperà a breve;


Ratifico:

- l’influenza col vomito mi perseguita;
- la lavatrice è andata;


L’influenza gira, è il picco, lo hanno detto; e va bene, anche se noi avevamo già dato, al picco non si comanda. Ma la lavatrice ancora in garanzia per la quale la Whirlpool mi manda a dire tramite l’assistenza che il pezzo utile per la riparazione sarà disponibile non prima del 14 febbraio? Stai scherzando, Whirlpool, n’è vero! Che ci sono pure passata dal negozio d’assistenza, prima che i pargoli ricadessero nel vortice del picco. Sono andata come vanno le disperate, coi bambini uno da una parte e una dall'altra, e la chiara intenzione di colpire dritto al cuore duro dell’anziana signora al bancone dell’accettazione. 

“Vede, signora, vede…? Ho due bambini piccoli, sono fuori casa tutto il giorno, ma come devo fare io a mandarli in giro se non ho la lavatrice per lavarli e stirarli? E’ mamma pure lei, forse nonna…”. 

Neppure le avessi detto stronza. Non era mamma e neppure nonna. Mi ha detto: se la prenda con la Whirlpool. 

Così, ieri mattina mi sono attaccata alla live chat della casa madre della mia lavatrice. Mi ha risposto Sonia: 

“Come posso esserle utile?” 

“Ti prego, Sonia, mandami il pezzo e viene ad aggiustare la mia lavatrice.” 

“Ho preso in carica la sua richiesta, la richiamo in giornata.” 

“Grazie Sonia, mi fido di te, lo sento che sei una brava ragazza… Chiamami, eh, ti aspetto.” 

Ad oggi, Sonia è scomparsa. Nessuno l’ha più vista o sentita. Ho riaperto la live chat ma di lei neppure l’ombra. I miei figli, entrambi, continuano a piccoinfluenzare un po’ dove capita. Non comprate mai una lavatrice Whirlpooll. Non fatelo, men che mai se è il modello Zen, l’inganno sta nel nome: la lavatrice è stata creata per testare il vostro livello di sopportazione e non viceversa. Sto facendo una cattiva pubblicità ad un marchio? Sì. 

Ma ho divagato. Ci sono momenti di un’ imperfezione assoluta, che tu li guardi ed è come quando esci al mattino e hai dormito tre ore appena: hanno contorni frastagliati e l’ombra sfumata di grigioro. Sono momenti belli. Autentici. L’imperfezione rilascia un carico esagerato di vita e schiuma d’emozioni che puoi comunque convogliare in qualcosa di buono. Da quanto non avevo due giorni interi di seguito da trascorrere con i miei figli rintanati nella nostra pace casalinga? Tra una botta di febbre, una di vomito e una alla lavatrice, ci godiamo il divano e le coccole. I momenti imperfetti portano meraviglia, stupore d’esserci. Portano musica, un film per caso, un bacio dato in punta di naso. Quando avevo sedici anni e respiravo il mare invece dello smog della capitale, conoscevo un signore che coltivava una passione smodata per gli scogli. Andava alla ricerca di scogli sempre nuovi, rimaneva ad ammirarli per ore, ci passeggiava sopra, li accarezzava, ne fotografava a raffica le forme. Non capivo cosa ci trovasse di speciale. “Perché sono imperfetti” mi disse una volta. “Irregolari, frastagliati, possono anche farti male, puoi ferirti su uno scoglio, se sei in acqua e ci sbatti contro puoi anche morire. Ma se sai starci sopra, in equilibrio sulla loro superficie irregolare, il mare lo vedi da un’altra angolazione e l’emozione che provi è del tutto differente. Cerca sembra l’imperfezione nella vita, rimani in equilibrio sugli aventi imprevisti, sulle dosi di amore straordinario e inaspettato, è da lì che scaturisce la felicità più vera.”

dal web

lunedì 6 gennaio 2020

Fotografia

È mattina. Sto andando a lavoro. Roma è appesa ad un filo di nebbia. È sabato, il primo sabato dell’anno nuovo. Non c’è traffico. La foschia leggera si alza come un sipario sopra allo spettacolo del sole lucido di gennaio che si staglia in barlumi contro un cielo blu da lasciare senza fiato. C’è luce, una luce nitida dopo tanto grigio, dopo tutta la pioggia che è caduta negli ultimi mesi; è come se dio o chi per lui avesse fatto pulizie straordinarie sul mondo e, dopo, avesse lasciato le finestre aperte. Il freddo benefico ti entra nelle ossa.

Sono in netto anticipo. Mi sono fermata al bar. Al solito bar. Quello di tutte le mattine. Il raccordo è vicino; solo che il rumore è più sottile e c’è meno confusione. Mi sono fermata al bar perché ho bisogno di un caffè, di una sorsata di vita che si fissi sulla tela di questa mattinata da incorniciare.

Sono davanti al bancone, attendo. La barista è lenta; anche lei rifiata, respira di pancia i pochi avventori. Ci siamo io, un signore anziano e una coppia che ho notato in altre mattine di corse e rinculi di tazzine. Li guardo meglio: lui e lei. Avranno la mia età, quell'età a cavallo tra i sogni sognati e quelli che si sono tramutati in desideri da scavare. Li guardo. Hanno corpi abbandonati al piacere della vicinanza, senza fretta, in un muto rincorrersi di molecole che sprigiona scintille di benevolenza reciproca verso loro stessi e verso il creato. È lei che si sofferma ad esaminare i dolci: sta scegliendo la colazione per entrambi. Ogni tanto si gira a sorridergli, lo ammanta di un sorriso fiducioso. Lui guarda lei. Non gli interessa il cibo. La fissa, l’accarezza con lo sguardo, gli posa gli occhi sul collo, all'altezza della nuca, dove si dice vi sia l’origine della vita. È quello che va cercando. Cerca dove lei ha avuto inizio, dove si è generata. Cerca il senso di quell'incastro, di quella magia che lo inchioda al suo profumo. Immagino questo.

Si siedono. L’uno accanto all'altra. Si sono tolti le giacche. Si sono circondati di un tenero arco di pace: il resto del locale non li raggiunge. Non mangiano subito. I cappuccini rimangono a sfumare l’aroma del latte, la schiuma si dirada. Parlano. Hanno fiumi di parole e di emozioni che li attraversano impetuosi, in un moto perpetuo. Parlano fitto, si travasano le anime in parole. Uno dei cellulari che hanno posato sul tavolo vibra. Lui lo afferra, risponde, mette sù una maschera dura, composta, di chi è abituato a farsi ascoltare. Iniziate senza di me, sto arrivando, dice. Adesso è contrariato, controlla in automatico l’orologio sotto al polsino della camicia. Lei non smette di sorridergli. Gli copre una mano con la mano, gli restituisce la beatitudine. Lui si porta quella coperta di dita al viso, se la imprime sulla guancia sbarbata di fresco, ne sfiora il palmo con le labbra ruvide. L’interlocutore al telefono è già lontano. Sono di nuovo loro due.

Si ricordano della colazione. Fanno finta di prestarvi attenzione. Lei dice qualcosa, lui ride di gusto; poi, si allunga a pulirle l’angolo della bocca da una traccia di zucchero a velo. Rimangono sospesi in quel gesto di innocente dedizione, come se non ci fosse più motivo di dare un seguito a questo giorno.

Invece, si rialzano. Non si sono accorti dei miei sguardi. Non si sono accorti che all'improvviso il bar si è riempito di una comitiva di turisti russi. Sono naufraghi in altri mari, in altri continenti, distanti da noi poveri mortali.
Lui la aiuta a rimettere il cappotto, lei gli sistema la sciarpa. Si avviano all’uscita. Le ombre attorcigliate. Lei si ferma. Osserva estasiata delle foto che forse hanno appeso da poco. Neppure io le ricordo. Lui la circonda con un braccio, le indica qualcosa, le fornisce dei dettagli. Lei tira nuovamente fuori il telefono, inquadra la parete e scatta una foto. Mi avvicino anche io: è la stampa di Piazza Navona antica, nient’altro. Loro sono già fuori, oltre la vetrata. Si scambiano gli ultimi sguardi, a ridosso del parcheggio. Fanno per separarsi. Hanno macchine diverse. Lui torna sui suoi passi, le si avvicina, le accarezza i capelli. Le fronti si sfiorano. Chissà cosa si diranno. Adesso vanno, sul serio. Ognuno riprende la sua strada. Lui aspetta che sia lei la prima a partire. Pochi istanti e non ci sono più. Rimango con questa fotografia negli occhi. La foto di due sconosciuti che imparano l’amore e quella di Piazza Navona com’era un tempo.


giovedì 2 gennaio 2020

Anno nuovo, solita vita

O forse no. Diciamolo: ci speriamo tutti in un nuovo Inizio. Che sia l’anno, la dieta, il corso di kung fu, l’abbonamento a Netflix, la tizia incontrata al supermercato che ha Iniziato ad esserci amica, un Inizio ha sempre qualcosa di eccitante, di speranzoso, di Inizialmente buono, appunto. Quando si Inizia, tutto pò esse’, per dirla come la dicono qui.

Il nuovo anno è una cosa figa. È come tagliare un traguardo e ripartire con la classifica azzerata. Il nuovo anno è come un reset imposto: ne può beneficiare chiunque, basta solo predisporsi benevolmente.

Al 1 gennaio sei tutto fomentato con gli occhi pieni dei botti di capodanno – e ringrazia che ancora gli occhi ce l’hai-, al 7 già imprechi incolonnato sul raccordo, tuo figlio ha ripescato l’influenza precisa precisa a quella che girava a dicembre 2019, il tecnico della lavatrice non ti ha ancora richiamato, il vicino di casa sta sempre incazzato perché lui si incazza di default al mattino e non ti saluta nonostante alla vigilia ti abbia fatto gli auguri più sentiti(con saluti cumulativi 365+1), il mondo parla del Papa a cui sono partiti i 5 minuti e Barbara D’Urso ha ripreso a dire che non è lei ma è Live, malgrado le cagat storie di cui parla sono sempre quelle (+la storia del Papa che non finirà mai di ringraziare per l’odiens).

Voglio dire, è una questione di bagaglio, di valigia che ti porti appresso in quell'istante di salto con trombetta e buoni propositi dall'uscio di un decennio all'altro. A meno che tu non decida di scappare via, di trasferirti in Costa Rica, di far perdere le tue tracce, di ricominciare senza cellulare – rigorosamente senza cellulare – e poi chi s’è visto s’è visto - e se non ci vediamo è meglio-, rimane sacrosanto l’assioma che, per chi resta, conta predisporsi benevolmente, conta impegnarsi, affinché l’Inizio funzioni, abbia valore ed efficacia. Un po’ come quando ti dicono di dimagrire con le pillole. C’è lo spot in tv: con chilocallo dimagrisci 30 chili in 20 giorni; e poi, detto veloce veloce al pari delle controindicazioni delle medicine: il prodotto va associato ad una dieta varia ed equilibrata e all'attività fisica. Bravo, grazie al callo che dimagrisci! Ma non è importante. Perché avete capito cosa importa, no? Cosa sto cercando di spiegare… 

L’Inizio dell’anno ha grosse potenzialità: tocca a noi renderle autentiche. 

Depennate, dunque, le liste negative

- il raccordo è l’inferno dei romani; 

- l’ influenza col vomito mi perseguita; 

- la lavatrice continua a fare rumori strani, si romperà a breve; 

- il vicino è uno stronzo 

- il Papa ogni tanto lo frequenta; 

- Barbara D’Urso è come l’influenza; 


Costruite liste buone

- il raccordo è il luogo dove si ha la possibilità di conoscere tanta gente e di socializzare; 

- l’influenza col vomito non è la peggio, c’è quella vomito&diarrea; 

- la lavatrice sta solo cercando di dirmi che mi vuole bene, che mi comprende e che non mi lascerà mai prima che il tecnico posi le sue mani muscolose su di lei; 

- il vicino, invece, ha la lavatrice sempre rotta, poverello 

- il Papa è dispiaciuto per lui; 

- Barbara D’Urso non esiste, lo dice lei stessa; 

- quest’anno a casa mia staranno tutti bene, tutti saranno in salute per quanto possibile e, per quest’anno, la sfangheremo pure; 

- quest’anno avrò un po’ di più tempo per me, rivoluzionerò quelle cose che voglio rivoluzionare e ne uscirò vincitrice; 

- quest’anno, male che va, posso sempre scappare in Costa Rica.

Complimenti all'autore- a me è arrivata per gentile concessione delle mia a mica G. ^_^

martedì 24 dicembre 2019

Il Cuore ha Sempre Ragione

Sono passati diversi mesi. A me, personalmente, pare sia passata una vita. Quando accadono tante cose e tutti insieme il tempo si dilata. Sono assente. Assente cronica, come una patologia. Dal blog, certo. Non ho più il tempo di curarlo, di starci dietro, di farlo vivere. Per un pò non ne ho avuto neanche la voglia. Effetti collaterali dello sbattimento e di una discreta dose di dolore. E non è che non scrivo, che non butto giù fiumi di parole nei buchi notturni o quando faccio la fila in tutti quei posti là dove si fa la fila; è che il blog, diciamolo, è una cosa differente. Scrivere un blog è come stare in piazza a berti una birra sul muretto con gli amici. Ci sono le interazioni, il desiderio di fermarti ad ascoltare quello che hanno da dire gli altri, lo scambio di battute, il restauro degli animi. Ecco, per fare questo ci vuole anche tempo. Un minimo ci vuole: se lo devi fare a cazzo tanto vale lasciare perdere.
Ma oggi è la Vigilia. Dopo tutta questa assenza vorrei dirvi qualcosa di bello, di costruttivo, di sentito. L'altro giorno mi hanno mandato una cosa carina, una di quelle favole minuscole che passano da un uozzapp all'altro. La regalo a Voi, perché mi è piaciuta, mi ha colpito, mi è rimasta negli occhi. Leggete:

"Un giorno un uomo ricco consegnò un cesto di spazzatura ad un uomo povero. L’uomo povero gli sorrise e se ne andò col cesto, poi lo svuotò, lo lavò e lo riempì di fiori bellissimi. Ritornò dall'uomo ricco e glielo diede.
L’uomo ricco si stupì e gli disse: «Perché mi hai donato fiori bellissimi se io ti ho dato la spazzatura?».
E l’uomo povero disse: «Ogni persona dà ciò che ha nel cuore»."

L'altro cosa a caso che mi viene da pensare oggi è che Il Cuore Ha Sempre Ragione. Lo dicono in tanti, fa figo. Però è vero, il cuore, se lo si ascolta attentamente e senza forzature, ha sempre ragione. Il cuore, quel grumo di magia luminosa che ciascuno possiede al centro della propria essenza, è la nostra bussola, l'unica che possediamo, l'unica in grado di mostrarci, nel bene e nel male, la via per la felicità. 
Perché, forse, per essere felici non ci vuole poi tanto. 
Perché, forse, per essere felici basterebbe solo rimanere fedeli a se stessi.

Allora, quello che vi auguro oggi è che ciascuno non perda mai la propria identità. Che in mezzo a tutto il dolore, la merda del mondo, i colpi e contraccolpi della vita, Voi tutti possiate continuare ad essere Voi Stessi. E se nel cuore avete fiori, continuate a dare fiori, sempre e comunque, anche quando avete chiaro il sentore che l'universo intero non lo meriti.

Ecco, questo il mio Augurio. Abbracciandovi forte forte e lasciando un bacio sulla punta delle dita per ciascuno.

Con amore,

Irene