domenica 5 agosto 2018

Mare mare... e Ispirazioni!

Da quando siamo qui, di pomeriggio appronto i cuccioli e ce ne andiamo al mare. 

Nonna abita esattamente a metà. A metà tra i due mari, venti chilometri dal Tirreno, circa venti dallo Ionio. 

Potremmo scegliere, solo che per me non c’è partita. Hai voglia che me lo dicano: vai sullo Ionio, vai a Siderno, è meno affollato, è più pulito, è ventilato, la sabbia è più fine. 

Niente, il mio cuore appartiene all'altro Mare. 

È una questione di ricordi, di paesaggi, di anima che si scioglie in mezzo al numero discreto di ombrelloni, che in verità non sono mai una folla - vallo a spiegare a chi la folla non sa neppure dove sta di casa ed il massimo di affollamento che subisce è quello che si crea intorno alla processione o al concerto per il santo. 

Così, tutti i pomeriggi, prendo la statale che attraversa la piana, quella famigerata per gli omicidi e gli affari di ndrangheta, e vado giù, in direzione Tonnara di Palmi. È un tratto di strada che mi appartiene. Ho imparato a guidare su questa strada, tra i filari di ulivi altissimi, unici per specie, le curve ad U, i binari della littorina oramai dismessa, i paesini che non sono cambiati di una virgola. La sento mia, la statale che va giù al mare, con l’asfalto in completo disfacimento e i segnali d’allerta di attraversamento mucche. Ogni regione ha i suoi animali che attraversano: cervi, cerbiatti, volpi, ricci, addirittura rospi o cavalli. Qui ci sono le mucche, le vacche sacre, per intenderci, quelle che nessuno tocca, retaggio di antiche paure mafiose. Ma c’è pure un senso civico che va crescendo, e la statale ne è un segno emblematico. 

Sono spuntati gli autovelox, perché il limite massimo è 50, e chi supera, zacchete!, multa: ne ho beccate due anche io, ma è giusto, se si contano i morti che che questo pezzo di strada ha fatto nel tempo. La gente è più attenta a denunciare il degrado, le buche che paiono crateri, i tratti veramente dissestati, i bovini che vanno recuperati e che non incutono più tutto quel timore reverenziale. Sono spariti i cumuli di spazzatura di una volta, quando ancora la differenziata era una roba del nord Italia e le isole ecologiche forse un posto dove andavano in vacanza quelli ricchi e convinti. E poi ci sono sempre i nomi musicali e grecanizzanti dei centri abitati: Benvenuti a Taurianova, ad Amato, a Gioia Tauro, a Taureana, luoghi che raccontano e portano le tracce della Magna Grecia, dei Longobardi, dei Saraceni, dei Normanni; conche di vita ancora grezza, impastate e plasmate dalla modernità che le ha solo mascherate dell’attuale epoca in cui viviamo. 

Ci sono i pro e ci sono i contro, di queste terre splendidamente scavate nella tradizione e intrise del calore del popolo, seppur mutilate dal crimine e da uno stato lassista e assente. È questo che penso, mentre io e i bambini troviamo conforto nel tratto di spiaggia libera che ho scovato quasi per caso lungo uno dei tratti più belli della costa Viola. Penso che i pregiudizi si fondano sempre su una base di verità, ma penso anche che i paesaggi, quelli che crescono e fioriscono nel cuore, possono rappresentare la vera spinta per estirpare e curare i Luoghi da qualsiasi male. 

Bisogna crederci, bisogna tentare. Sempre.




Questo post partecipa alla raccolta Paesaggi 
del mese di agosto di Ispirazioni&Co


domenica 29 luglio 2018

INSIEME RACCONTIAMO 35 - by Myrtilla's House

35esima puntata dell' appuntamento con Insieme Raccontiamo, ideato dalla nostra Patricia e targato Myrtilla's House.

Tutte le volte che posso, ci partecipo veramente con tantissimo trasporto.

Ma andiamo all'incipit lanciato da Patricia per questo luglio 2018:

Edizione n.35

L'Incipit di Patricia

Quella notte aveva dormito molto male. Un pensiero fisso l'aveva tormentata. Non era riuscita a scacciarlo in nessuna maniera. "Forse solo abbattendolo a fucilate" pensò.

Ma poi sarebbe servito? In fondo il suo passato era ciò che era diventata.

Il mio finale
"Specchio, specchio..."

Si trascinò fino alla fine del corridoio, nel piccolo disimpegno. L’afa rendeva l’aria della casa pesante, quasi opprimente. Solo la canicola estiva è in grado di schiaffeggiarti con pezzi di umido che paiono plastilina bagnata e che ti si appiccicano addosso riportando in rilievo angosce indefinite e desideri oramai sfocati. 

Spostò il faro di un paralume direttamente sullo specchio oblungo che aveva peregrinato per anni di stanza in stanza, fino a trovare dimora fissa proprio lì, nell’ingresso, come un metal detector di altri tempi in grado di riflettere la vera identità delle anime di chi entrava o usciva. 

Fissò di sbieco l’immagine che le veniva restituita. Una donna di mezza età senza particolari segni distintivi. Una sconosciuta, a cui era stato concesso tanto e che aveva riportato poco. 

Specchio, specchio...

Com’è complicata la felicità

Sospirò. 

E sotto quante forme può presentarsi.
 
Ma la felicità non è perfezione. No, insistette ancora con se stessa, decisamente, no. Si è felici quando la sera prima di chiudere gli occhi si ha quella serena consapevolezza che tutto sta dove deve stare. Le cose buone e pure quelle cattive. Quando si vive inseguendo la propria essenza, senza perdere di vista la propria identità. Non possiamo colmare tutti i vuoti che la vita scava, ma possiamo decidere i sì e i no del nostro cammino. Il cuore conosce la mappa di tutti i percorsi, e sa quando la direzione da seguire è solo una oppure quando è necessario tornate indietro sui propri passi. 
Prima di chiudere gli occhi, la sera, toccherebbe sempre ascoltare il cuore, per non rischiare di perdere il cammino, o per evitare di tornare indietro a raccogliere qualcosa che abbiamo smarrito per sempre. 

Spense il lume e si commosse piano, nella penombra.

Immagine da internet


mercoledì 25 luglio 2018

Veniti, veniti, i Giganti arrivaru...

Da piccoli Li sentivamo arrivare da lontano, in quelle giornate in cui si sapeva ci sarebbero stati, per la ricorrenza del Patrono o per la festa grande in onore di San Rocco che è sempre contato più del santo ufficiale. 

Dalle prime luci dell’alba stavamo nel letto con la finzione del sonno, il fiato sospeso, le orecchie appizzate. Scavavamo come radar nell’aria alla ricerca di rumore di tamburi, di quei tamburi, gli unici tamburi che ci interessassero. Alzarsi prima del tempo non era contemplabile, il godimento stava nel sentirLi e nello schizzare giù per le scale come come missili lanciati su Marte. 

Dunque, aspettavamo, cuori e pance stretti allo spasmo, fino a quando gli occhi si spalancavano: Stavano arrivando. TUM-TUM-TUM-TATA-TUM-TUM-TATA-TUM, non poteva più trattarsi della voce meccanica dei motori del mulino in azione ventiquattrore su ventiquattro, quelli erano tamburi veri e propri.


I Giganti di Calabria
Voci concitate dalla strada a confermare. Un urlo strozzato dell’emozione, che, se da un lato era deplorabile in quanto aveva preceduto il nostro, dall’altro era l’ordine che tanto avevamo atteso: Veniti, veniti, i Giganti arrivaru...

Piedi scalzi di volata sui gradini di marmo, la luce accecante e profumata di nuovo del mattino, e Loro, i Giganti, che ci venivano incontro. Profili altissimi di cartapesta danzante, stretti nei costumi sontuosi e nei mantelli colorati, le facce sostenute del Re e della Regina, il cavallo col montatore in mezzo ed il pennacchio svolazzante in testa, la musica martellante dei tambunari. Il sangue saliva avvampando le facce, le gambe formicolavano al ritmo di tradizioni antiche ma ancora sfavillanti nelle viscere di una Terra appena sveglia. 
I Giganti di Calabria
I Giganti! I Giganti! Magia di un frammento di tempo che vorticava all’incrocio della piazza, tra le braccia sollevate dal vento di Grifone ed il sorriso fermo ed enigmatico di Mata. 

I Giganti di Calabria
Poi, il vuoto luminoso della via e la musica nuovamente lontana. I Giganti avevano proseguito, nel loro dovere di rincorrere la popolazione tutta ed i quartieri assolati. Rimaneva l’eccitazione, e Micuzzo il saggio a raccontare. Noi bambini stretti intorno alla sua vecchiaia ed al suo sapere indiscutibile.

- Micuzzo, Micuzzo, ce la raccontate la storia dei Giganti che passarano?

E Micuzzo partiva spedito: 

Tanto tempo fa arrivò in Sicilia un re Turco cattivo assai, che scannava gli uomini e si rubava le donne e i picciriddi. Grifone, si chiamava, e tutti quanti lo temevano. 

Grifone voleva conquistare le terre e assoggettare i popoli con la forza.
Un giorno, però, vide Mata, una ragazza messinese bella e gentile che lo guardò dentro quei suoi occhi crudi e turchi, ammaliandogli il cuore d’amore e di tenerezza. 

Nessuno riuscì a farlo persuaso che la cosa non era buona, Grifone si maritò Mata e Mata fece di lui un uomo buono e di spirito, che riportò la pace, l’unione e la prosperità tra le genti. 
Per festeggiare, il re e la regina andarono per i paesi e i villaggi della Sicilia, seguiti da una carovana di tambunari e ballando ad ogni angolo di strada. Passarono pure lo stretto e vennero qui, nelle terre di Calabria, facendo festa e danza per mari e per montagne.

Da quel momento, Mata e Grifone sono rimasti nel sangue dei calabresi che non hanno mai smesso di ricordarli, il re turco e la regina sicula che sempre sfileranno per le vie e faranno battere il cuore a grandi e a piccini.

Perché, così è. Ancora oggi. 

I Giganti di Calabria - Estate 2018


venerdì 20 luglio 2018

Nel mezzo del cammin...



... di questa estate, mi ritrovai che era già il 20 luglio. 
Funziona così, da qualche anno a questa parte, da quando sono nati i bambini, un imprevisto, poi un altro, ed il tempo se ne galoppa via per i fatti suoi. La verità è che non riesco ad abituarmici. È una questioni di allenamento, mi hanno detto. Devi imparare ad organizzarti, a incastrare, a dribblare, a incanalare, se vuoi del tempo per te devi diventare un prestigiatore dei momenti buco

Ma io di buchi temporali qui non ne vedo. Al massimo riesco a scorgere le falle di tutti gli arretrati che accumulo via via che vado, le crepe del conto corrente - che al giorno d’oggi i figli si fanno sempre in due ma toccherebbe mantenerli in cinque -, e i pertugi di cui probabilmente il mio cervelletto fiorisce mano a mano che mi arrovello sulle differenti questioni.

Che poi, me lo chiedo: com'è che fino a poco tempo fa ero una ragazza che sognava il futuro e all'improvviso sono una mamma schizzata che non sa a chi dare i resti e non ha più un briciolo di spazio per lasciar decantare un respiro?
 
Il futuro è già qui, non c’è altra spiegazione. Il futuro è come l’inverno che ti si pianta all'improvviso nonostante il giorno prima abbia fatto 35 gradi. Non ci sono più le mezze stagioni, non ci sono avvisaglie che il futuro stia per piovere come un temporale senza che tu abbia l’ombrello o la macchina vicina.

Rimaneva solo una salvata per questo luglio, armare i fidi scudieri oramai liberi da impegni scolastici e partire all’avventura, in attesa delle ferie ufficiali

Zaino in spalla, Topolino e Bambola al seguito, un Freccia argento - che le rosse arrivano solo fino a Napoli -, destinazione Calabria e Sicilia.

Perché non c’è avventura più grande di quella di inseguire le proprie radici.

Da 10 giorni siamo qui, in Calabria, da nonna, la mia di nonna.















lunedì 4 giugno 2018

#cosestupidemanontroppo(dal web)-2

L'Europa secondo un Italiano


Così col governo l'abbiamo sfangata. Dopo 3 mesi di follie, di colpi di scena, di decisioni inaudite tanto da gridare al colpo di stato, ad un giorno dalla fatidica parata del 2 Giugno, stretti gli accordi, messe da parte le divergenze, dovevamo festeggiare la Repubblica e l'abbiamo festeggiata.

Gli italiani una 'nticchia attoniti ci sono rimasti. Si doveva andare a rivotare, non si capiva dove  s'era inceppata o violata la Costituzione, insomma, un putiferio senza quasi precedenti, ma tutto è bene quel che finisce bene.

Perché poi noi italiani siamo un popolo un pò attonito di natura. Noi italiani siamo buoni, un tantinello svampiti, tanto incazzosi ma pur sempre portati alla pacifica staticità delle cose. Riusciamo ad essere felici con poco, noi italiani.

Siamo persino capaci di commuoverci di fronte ad un nuovo Presidente del Consiglio che Finalmente! si ferma per la strada ad interloquire con dei manifestanti di una fabbrica che sta per essere mandata al capolinea.



Imprechiamo solo contro l'Europa, noi italiani. Questa Europa che ci ha rovinato, che ci ha portato via la lira, che ci ha imposto norme e divieti, che ci ha lasciato da soli con i migranti, che ci ha fatto tirare la cinghia.

Ma, in media, dell'Europa, sappiamo poco o niente. In una buona percentuale ne disconosciamo persino la geografia.

E' per questo che giorni addietro non ho potuto fare a meno di sorridere, ma di sorridere tanto, quando su uno dei tanti gruppi uozzapposi mi è arrivato questo:

 

Dite la verità, tra le lacrime per la situazione penosa che in cui versa la nostra povera Italia, state sorridendo anche Voi? 

lunedì 28 maggio 2018

Le Lettere della Domenica #2


La Felicità è anche Parole, 
Parole d'Amore...

DOMENICA, 27 maggio ----

 Amica, Amica mia,

Parlavamo stamattina di questo essere felici. Ne parlavamo per telefono, come accade spesso. E' un argomento complicato quello della soddisfazione, della Felicità, è sempre meglio scardinare gli occhi, i pensieri che attraversano le nostre fronti corrucciate davanti ad una faccenda seria, e permettere alle parole di correre lungo fili invisibili, di perdersi nella vaghezza di una comunicazione eterea. 
Di persona parliamo d'altro, dei figli, della scuola, delle vacanze che arriveranno, del tempo che passa. Di persona ridiamo, ridiamo tanto, è la nostra maniera di esorcizzare la vita, siamo amiche anche per questo, coltiviamo una reciproca attitudine alla leggerezza.

"Sono le Parole, le a Parole d'Amore che danno Felicità", hai detto prima di chiudere, al telefono. "Nessuno ci sta più a dire Parole d'Amore. E' fetente, il mondo".
Ho sorriso. Ma ti ho lasciata andare. Sono rimasta con il cellulare in una mano ed un ricordo macinato dagli anni, nell'altra.

Andavo al fiume, da ragazza. Appena arrivata a Roma, fresca di speranze e di università. Andavo al fiume ad osservare le acque scure del Tevere spingersi nella città come un budello di sogni annacquati. 
C'era una signora, una senza tetto, una di quelle signore attorcigliate di stracci e di paglia.

“Abbiamo finito le Parole d’Amore, Signorina, le abbiamo finite tutte, non ne abbiamo più, da vendere o da comprare, non ne abbiamo…”, così mi aveva detto un giorno venendo fuori dal suo castello di coperte, mucchietto di ossa e di parole a vanvera.

“Venga, Signorina, fumiamo insieme, fumiamo qui, sulla riva del fiume, ce l’ha una sigaretta?”

Ce le avevo le sigarette, già da allora, anche se avrei voluto possedere molto di più da offrirle.

“Oh, ma non ho bisogno di nulla, io. Ho tutto quello che mi serve. Il fiume, il cielo, le gambe a passeggio, le mani che si tendono, a volte… Solo le Parole mi mancano. Le Parole d’Amore, le Parole, quelle che davano un senso alla vita. Le Parole…”

E c'eravamo messe a fumare, insieme, il budello di sogni dei romani che passava di sotto. Avrei dovuto dirglielo, dire qualcosa, dire, ad esempio, fumiamo, Signora, fumiamo e non pensiamoci, che se dovessimo pensarci, che pena, che pena. In questo corri corri quotidiano, immersi nei timori della vita, lontani e intoccabili, con gli occhi dei fanali spenti nel vuoto di crush saghe digitali, sepolti dentro a draghi di metallo, intenti ad inseguire pollici invece di un ti voglio bene, dimentichi delle stelle, perché c’è troppa luce che abbaglia, che affievolisce l’audacia di Amare, di Dire…

Ad avere Parole d’Amore, Amica mia, da lasciar scivolare lungo il corso del fiume, guardarle galleggiare a pelo d’acqua, immaginarle attraversare la Città ed attendere un soffio di vento che le porti lì dove servono, da chi ne ha più bisogno, da chi si domanda come essere felice, da chi è convinto che la felicità sia anche Parole. 

Parole d'Amore.

Queste mie, che a te dedico, 

I.


giovedì 24 maggio 2018

INSIEME RACCONTIAMO 33 - by Myrtilla's House

33esima puntata dell'imperdibile appuntamento con Insieme Raccontiamo, ideato dalla nostra Patricia e targato Myrtilla's House.

Siete pronti?

Edizione n.33

L'Incipit di Patricia


Alzò gli occhi al cielo. Era diventato tutto nero d’improvviso. Quello che fino a pochi minuti prima era uno zaffiro trasparente e lucente ora pareva pece, come se qualcuno avesse rovesciato pittura nera.
Una giornata di gennaio con parecchi gradi sottozero era diventata notte di colpo.
Fu allora che….

Il mio finale
"Il Grande Fardello"

...entrò in funzione l’altoparlante. Erano in diretta. 

- Ragazziiiiiiiiiiiii... - La voce di Bartola Crusco si sparse nel catrame dell’aria e perforò ogni singolo timpano. - Ragaaaaazziiiiiiiiii, mi sentiteeee... ? 

Un Sìii appassionato si levò dal coro di corpi dispersi nel buio del parco del cottage. Davanti allo schermo scuro i telespettatori rabbrividirono, si prospettava una puntata al fulmicotone. 

- Benvenuti alla penultima puntata del Grande Fardello – continuò la Bartola sbucando scintillosa in un quadrato in alto a destra della tv. – Stasera decideremo i finalisti di questa emozionante edizione. Come staaatee? 

E come stavano? Al buio, pensò. Ma non osò pronunciarlo. Aveva faticato tanto per arrivare alla semi finale, un passo falso e sarebbe finito tra i nominati. 

- La redazione del Grande Fardello è riuscita ad oscurare il cielo della città, per consentire l’ultima strabiliante prova che condurrà uno di voi alla vittoria. 

Un muggito di generale incredulità ed un grosso applauso accompagnarono le parole e lo stacco di coscia in cui la Bartola si era profusa per annunciare l’evento. 

- Ahó, ma com’hanno fatto a mettè buio dappertutto? Che strafighi che so questi, quanto semo fortunati… - La voce era quella di Antonellina, la ragazza madre di Velletri che s’era fatta trapiantare una tetta su una chiappa per affermare la propria femminilità. Le donne hanno il diritto d’averci le tette dove pare a loro, era stato il suo slogan, ed il suo coraggio era stato premiato da tanti consensi per forza e determinazione. Che poi la poveretta risultasse veramente un obbrobrio e fosse costretta a stare seduta in equilibrio su metà sedere, erano faccende completamente passate in secondo piano. 

- Ma che dici, che dici… Sarà un effetto ottico, ci avranno instillato delle gocce accecanti mentre dormivamo, come quando ci hanno purgato il pranzo per la prova di gestione del gabinetto – rispose Raffi, l’ex professore di matematica che per partecipare al programma aveva lasciato il posto di lavoro e s’era dichiarato gay convinto ma con una predisposizione univoca alle relazioni con uomini di razza eschimese. 

 - Zitti, che vi sentono, stiamo al buio, ma i microfoni funzionano. 

Erano rimasti in tre. E ce l’avrebbero messa tutta per scavallare anche quella serata. 

- Alloooraaa, ragazziiiii… - ricominciò la Bartola dallo studio televisivo. - Accanto ad ognuno di voi è stato appena lasciato un aggetto. Prendetelo e ditemi di cosa si tratta… 

Si mossero nel buio. – Io, io… - strillò l’Antonellina. – O’so io! 

- Bene, Antonellina, cos’è che hai mano? 

- E’… E'.. un coltello! Sì, sì, è un coltello cor manico e a’lama lunghi lunghi… 

- Braaavaaa, ma come hai fatto ad indovinare così in fretta? Braaavaaa… 

Uno scrosciante applauso del pubblico rese quell'istante ancora più prezioso. La presentatrice fece capire che necessitava di un momento di attenzione. 

- Signori e signore, tutti e tre i concorrenti sono stati muniti di coltello a doppia lama, funzionale e preciso. La prova, che, da quanto avete capito, si terrà al buio, consisterà nel cercare di dare più coltellate possibili ricevendone un numero inferiore nell'arco di dieci minuti. 

Calò un silenzio di tomba. I concorrenti non si mossero dalla loro postazione. 

- Ciascun concorrente può rifiutarsi di eseguire la prova, ma dovrà subito abbandonare il cottage del Grande Fardello. Avete capito, ragaaaazziii… ? Potete pensarci qualche minuto... 

Partì una musica suspense di sottofondo. I concorrenti non osarono muovere un muscolo. 

- Andiamocene – disse lui, in direzione di Antonellina e Raffi. 

I suoi compagni non risposero. 

– Andiamocene, finiremo per ammazzarci. Non ha senso tutto questo… 

- Tu dici così perché là fuori hai il baretto tuo con la tua mogliettina che ti aspettano – biascicò velenoso Raffi.

- C’ha ragione – intervenne Antonellina col fiato corto. Si sentiva che tremava, forse le stava tremando persino la tetta sulla chiappa. – C’ha ragione, io devo da pensà a mi’fijo… 

- Ma se finisci all’spedale o peggio al cimitero, tuo figlio rimane orfano… 

- Stai solo cercando di fare il doppio gioco, brutto stronzo. Io la prova l’accetto, eccome se l’accetto… 

- Pur’io… 

La Crusco li interruppe. – Concorrenti, accettate la prova? – sorrise maliziosa con la sua cartelletta rosso porpora in mano. 

Ci fu solo un istante di tentennamento, poi il solito Sìii corale spazzò via ogni dubbio. Gli applausi si centuplicarono, Bartola si passò più volte la lingua sulle labbra gonfie come pomodori e finalmente la prova dei coltelli ebbe inizio. Una prova che nessuno avrebbe mai dimenticato nella storia del Grande Fardello e che avrebbe di sicuro alzato lo share di decine e decine di punti.